COS’È L’ARCHITETTURA?

“Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società”

Salvatore Settis

La fede nell’importanza dell’architettura si fonda sull’idea che tutti noi, nel bene e nel male, siamo persone diverse in luoghi diversi e sulla convinzione che sia compito dell’architettura darci un’immagine vivida di ciò che idealmente potremmo essere.
Se l’architettura possiede un contenuto morale, le manca il potere di farlo vedere. Offre suggerimenti. Ci invita a emulare il suo spirito – non ce lo impone – e non può impedire che se ne abusi. Dovremmo essere tanto gentili da non incolpare gli edifici per la nostra incapacità di seguire i consigli che essi ci danno solo in maniera velata. (“Architettura e felicità” di Alain De Botton)

Se l’architettura con la a minuscola, dominata dal profitto del committente, deve cedere il passo a un’Architettura con la A maiuscola, informata da preoccupazioni etiche, sociali e politiche; se il lavoro dell’architetto va vissuto come un dovere civico che comporta forti responsabilità morali, allora riflettere sul rapporto fra paesaggio, cittadinanza e democrazia non sarà gratuito esercizio, ma obbligato e vivificante impegno.
L’architettura non è nata solo per dare risposte all’abitare, ma anche per porre domande e per aprire la mente a nuovi possibili e disturbanti frammenti di verità di fronte al reale empirico e ai suoi cambiamenti.

Tra le diverse pratiche artistiche, anche per l’architettura, le teorie, le riflessioni critiche, le regole, le eccezioni e le loro mutazioni interpretative di significato nel tempo, dovrebbero essere assunte come materiali concreti per le modificazioni creative nel percorso del progetto di fronte alle contraddizioni di ogni presente. Sono insieme l’idea di passato e di futuro a costruire un frammento di verità del presente. Senza questi fondamenti sembra molto difficile pensare alla sopravvivenza dell’architettura come pratica artistica: persino, forse, alla sopravvivenza di ogni pratica artistica. (‘Architettura e democrazia’ di Salvatore Settis)
La tessitura dell’architettura riguarda due aspetti: responsabilità e cittadinanza. Su un versante, il diritto alla città, tema attualissimo che coinvolge la responsabilità dei cittadini. Sull’altro versante, complementare al primo e con esso strettamente intrecciato, le responsabilità professionali. (‘Architettura e democrazia’ di Salvatore Settis)
Una famosa citazione da Dostoevskij, ‘La bellezza salverà il mondo’, è diventata negli ultimi anni, specialmente in Italia, il vicolo e il mantra, consolatorio e liberatorio, di questa fuga da ogni responsabilità (individuale e sociale). La frase viene da un grande libro, L’idiota, dove queste parole (poste in bocca al principe Myškin) hanno un contenuto intensamente mistico: la ‘bellezza’ che ci circonda nelle città e nei paesaggi (peraltro già mescolata a colate di ‘bruttezza’) non è , come per Myškin, ‘uno straordinario rafforzamento dell’autocoscienza’, una sorta di visionario stato di grazie imperniato sulla preghiera. Di tutt’altra natura è quel che ci vediamo intorno, non vagheggiamento ma tangibile orizzonte, fatto di una trama continua di progetti, di sguardi, di gesti, di saperi e di memorie che non spetta al singolo, ma alla comunità degli umani. Perciò la bellezza non salverà niente e nessuno, se noi non salviamo la bellezza: prima di tutto definendola, cedendola, come anche l’architetto è chiamato a fare dalla natura stessa del suo mestiere.

Ma cosa dovremmo fare per salvare ‘la bellezza’, intesa come ambiente, paesaggio e patrimonio artistico? E in nome di quali valori dovremmo impegnarci in questo senso? Senza nemmeno accennare un’analisi dei fattori di profondo degrado a cui sono assoggettate le città, i paesaggi, i monumenti, le opere d’arte e i territori, l’architettura dovrebbe avere così l’urgenza di elaborare un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convinzioni volte all’azione, innescata dai principi del bene comune, anche attraverso un potenziale ‘patto generazionale‘, che possa coinvolgere tutti i cittadini, ciascuno con le proprie responsabilità (incluse quelle della progettazione architettonica e della pianificazione urbanistica). In questo patto, le generazioni future devono essere considerate ‘cittadini necessari‘, presenti da subito nell’orizzonte della moralità, della deontologia professionale e del diritto.
Ogni ricerca di un fondamento del fare dell’architettura come pratica artistica a partire dalle specificità della sua storia, come è avvenuto, pur con molte differenze ideologiche, nella seconda metà del XX secolo, sembra abbandonata nelle braccia dell’unità del mercato globalistico e dei suoi principi, quale una nuova e unica strategia, importante (e apparente), unico campo di principi anche politici contro ogni risoluzione che proprio il globalismo potrebbe offrire.

Nel caso dell’architettura, la fase progettuale è particolarmente ampia e autonoma, si trasforma nel suo processo di elaborazione in una strategia della scoperta delle dimensioni dei materiali, delle possibilità di significato e di uso di ciascuno di essi, nella scelta di una particolare relazione che istituisce nuovi usi e significati alla speciale combinazione fra i materiali costituiti dall’opera architettonica progettata. (Vittorio Gregotti, ‘Il mestiere di architetto’)
L’architettura, per lo stesso motivo di progettare e costruire i luoghi della vita dell’uomo, ha a che fare pure con la politica, termine da intendersi nella sua accezione etimologica di attività concernente le cose che attengono alla comunità sociale.

“L’architettura è l’adattarsi delle forme a forze contrarie”

John Ruskin

Il rapporto tra architettura e città dovrà essere sempre più stretto, sulla possibilità che l’architettura torni ad avere senso e ruolo nella costruzione della città e non la città a rappresentare il luogo di mera accumulazione dell’architettura.
Di una ‘architettura organica’ scriveva anche Bruno Zevi, nel suo omonimo saggio del 1945, quando, a proposito della ricostruzione post bellica, auspicava un’architettura che ‘ha alla base un’idea sociale, non un’idea figurativa; […] che vuole essere, prima che umanistica, umana.’ Purtroppo non è stato così, eccezioni a parte, naturalmente. (Marco Biraghi, ‘L’architetto come intellettuale’).
L’architettura si è articolata in molte diverse e specializzate attività (dalla pianificazione territoriale alla decorazione), che sovente contribuiscono a rendere meno chiaro lo scopo centrale dell’architettura, e del suo contributo di critica concreta della realtà presente e di frammenti di verità possibili e necessarie. Nessuna arte come l’architettura è direttamente connessa alla nostra vita quotidiana ed alle sue possibilità qualitative come essa, e nessuna arte esprime meglio le qualità di una collettività e le sue aspirazioni.

Importante è cercare di capire se sia possibile e utile riflettere sul percorso del progetto di architettura come racconto dei modi di prender forma delle sue intenzionalità, senza per questo divenire espressione di un ‘a priori’ ideologico, capire cioè che l’architettura, nel suo percorso progettuale, oltre che nei suoi siti costruiti, si offra anche come una narrazione della trasformazione dei materiali scelti, in un’organizzazione di senso capace di una modificazione nuova e necessaria dello stato delle cose, proponendo così, per mezzo delle forme dell’architettura, a partire dalla critica alle sue contraddizioni e possibilità, un frammento di verità rispetto alla realtà del presente.

“L’architettura può essere soffocata dalle forme, dalle composizioni, dall’aura di monumentalità… Chi progetta nel proprio studio sfogliando riviste di architettura senza pensare alla comunità a cui gli edifici sono destinati creerà solo edifici e città astratte. Gli architetti devono mettere al primo posto non il proprio individualismo formalizzante, ma la propria consapevolezza di volersi rendere utili alla gente mettendo il loro lavoro al servizio della propria arte ed esperienza… Questo è il vero significato dell’architettura oggi. Non è forse, l’architetto moderno, costruttore di città, quartieri, e case, un combattente attivo nel campo della giustizia sociale? Non deve forse alimentare in sé il dubbio morale, la coscienza dell’ingiustizia umana, un sentimento acuto di responsabilità collettiva, e di conseguenza il desiderio di lottare per conseguire un fine positivo?”

L. Bo Bardi, arquitetura ou Arquitetura, in «Crônicas de arte, de historÍa, de costume, de cultura da vida, II settembre 1958, pp. 90-93