heritage experience

IL RITORNO DELLA CITTÀ ALLA SUA DIMENSIONE CIVILE

“E allora, come ce la siamo cavata, come ce la caviamo su questa terra di nessuno e di tutti, da un lato un’istituzione senza più ‘fissa dimora’ e dall’altro un setting che diventa tout court la città, coltura di endemiche e inedite forme di disagio davanti alle quali le antiche patologie impallidiscono? Ma sporgersi così a parlare di noi, dell’attualità del nostro mestiere e dei suoi tratti di impossibilità, ci porti inevitabilmente a confrontarci con la più urgente, oggi, delle questioni: la trasmissione.
Negli ultimi anni stanno andando in pensione, o lo hanno già fatto, quegli operatori che avevano visto sbocciare la riforma basagliana: quanti di essi si interrogano su cosa succederà domani, sui propri lasciti? Hanno saputo o voluto, consegnare una cultura, delle pratiche, dei saperi, un’etica? E ancora, si chiedono forse se ci sia, dall’altra parte, qualcuno interessato a raccogliere l’eredità, e come?
Alla luce di queste domande, abbiamo chiesto a un certo numero di persone, che in modi diversi hanno avuto o hanno a che fare col lavoro istituzionale, di raccontarci cosa ha rappresentato dentro la rivoluzione che – ricordiamolo – non aveva come suo fine la chiusura dei manicomi (che tanto si rigenerano sempre e in forme sempre più sofisticate), ma il ritorno della città alla sua dimensione civile: la città che sa mettere in cattedra la sofferenza e, da qui, interrogare i propri ideali e modelli di sviluppo”

FRANCO STOPPA (tratto da “La rivoluzione dentro – Per i quarant’anni della legge 180”)

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